Dr.ssa Federica Digiacomo

Adolescenza e Costruzione dell’Identità

L’adolescenza è quella fase dell’esistenza umana che segna la transizione dall’infanzia allo stato adulto e che vede l’individuo impegnato ad affrontare una serie di cambiamenti che interessano il suo sviluppo fisiologico, morfologico e sessuale, cognitivo e infine sociale.
Tutte queste trasformazioni, profondamente interrelate tra loro, portano il soggetto a modificare l’immagine che ha di se stesso e a confrontarsi continuamente con l’immagine che gli altri hanno di sé.

Le modalità relazionali e la rappresentazione di sé acquisite sono tutt’altro che definitive e immodificabili, suscettibili di evoluzione e cambiamenti.

L’adolescenza inizia con la pubertà, ma questo mutamento biologico sembra in qualche misura dipendente dalle condizioni sociali in cui si manifesta.
Si è verificata, infatti, negli ultimi cento anni un’accelerazione del ritmo dello sviluppo fisico dei soggetti in età evolutiva.

Tale fenomeno, denominato “tendenza secolare”, consiste in una maturazione più rapida e precoce dell’individuo (v. Tanner, 1962) e riguarda il ritmo dello sviluppo corporeo dei bambini (in particolare fra i 2 e 5 anni) e degli adolescenti.

Tuttavia questa “tendenza secolare” mette anche in risalto un problema tipico dei paesi ricchi: mentre gli individui diventano più precocemente maturi sul piano biologico, la loro integrazione sociale nel mondo adulto è sempre più ritardata per il prolungamento della preparazione alla vita professionale e per la particolare complessità del mercato del lavoro.

L’adolescenza si conclude quando l’individuo è in grado di stabilire con l’ambiente rapporti stabili e significativi.
Questa nozione, fondata sul carattere attivo del rapporto Sé-altri-mondo (v. Mead, 1934), indica che nel corso dell’adolescenza accadono avvenimenti che obbligano l’individuo a confrontarsi, e a definirsi, sia con l’ambiente, sia con i gruppi di cui è membro, sia con le proprie trasformazioni. Il fenomeno adolescenziale è quindi fortemente correlato con la dinamica sociale e culturale, oltre che naturale.

Possiamo pensare all’adolescenza come una vera e propria migrazione interna che dai comodi e domestici territori dell’infanzia e della dipendenza conduce il soggetto verso gli aspri e impegnativi orizzonti dell’autonomia che caratterizzano l’età adulta.
Una migrazione che avviene all’interno di un processo di passaggio cerimonializzato che richiede dei tempi e degli spazi ad hoc, dove si consumeranno una morte e una rinascita che provocano ansie e timori non solo nella persona che vive questa perdita simbolica, ma anche nella comunità degli adulti che la accoglie (Van Gennep).

E’ per questo che al di là dell’universalità del passaggio e della sua ritualizzazione, al di là della immanenza in ogni cultura- sebbene con modalità di passaggio, riti e tempi diversi- di una presenza che chiamiamo adolescenza, è possibile scorgere non una adolescenza uguale nella sua fenomenologia in tutto il mondo, ma tante adolescenze (Zazzo, 1966) quante sono le culture, alcune delle quali sono così brevi che si esauriscono nell’atto stesso del passaggio, altre, come la nostra, sembrano prolungarsi ben al di là della linea d’ombra oltre la quale ci si aspettava iniziasse l’età adulta.

L’adolescente si trova in un campo cognitivo poco chiaro perché è passato dall’appartenenza al gruppo dei bambini all’appartenenza al gruppo degli adulti, e ciò dipende da diversi fattori: egli ragiona non solo sulla base di quanto è reale, ma anche di quanto spera o desidera; accanto al gruppo cui appartiene compaiono nuovi e non previsti gruppi di riferimento che lo spingono a mettere in discussione scelte che riteneva definitive. La complessità della realtà sociale si dimostra sempre molto più grande di quanto egli abbia preventivato.

Sul piano metodologico, sono diversi e molteplici i problemi che ogni adolescente (maschio o femmina) deve affrontare e superare per costruire la propria identità e la propria autonomia di adulto.

Raggiungere una propria identità significa, per il soggetto, sentirsi lo stesso pur nella tempesta di mutamenti che attraversa, accettare trasformazioni fisiche ed esigenze sessuali nuove, connesse con la maturazione dei genitali (quelle che Erikson chiama le vicissitudini della libido), avvertire l’esigenza di essere apprezzato e considerato non solo sul piano dell’aspetto fisico, ma anche su quello dell’inserimento sociale.

Quindi oltre al nome anche il nostro corpo, che non scegliamo, ma ci viene dato, rappresenta la nostra identità e non solo personale ma anche culturale.

Alcuni adolescenti, infatti, di fronte ai cambiamenti legati al rapporto con il proprio corpo in crescita, alla relazione con i coetanei e con i genitori vanno incontro a ciò che Laufer & Laufer definiscono breakdown evolutivo, “una spaccatura tra il corpo fisicamente maturo ed il sentirsi passivi di fronte alle esigenze che dal corpo provengono, una frattura nel processo di integrazione dell’immagine del corpo fisicamente maturo rispetto alla rappresentazione che si ha di sé” (1975).

L’adolescente però acquisisce anche nuove potenzialità cognitive, a cominciare dalla capacità di riflettere sui propri pensieri, di immergersi in una nuova dimensione temporale attraverso cui ha accesso al presente, al passato ed al futuro. Deve al contempo tollerare il dubbio, la solitudine, la tristezza e l’angoscia che da tutto ciò scaturiscono.


L’operazione, in tutta la sua ambivalenza emotiva, di separazione dai genitori, le delusioni rispetto a se stessi ed alle proprie ambizioni, la dolorosa rinuncia alle onnipotenti fantasie della bisessualità infantile con progressiva presa di coscienza dell’identità sessuale costituiscono elementi inevitabili del percorso adolescenziale, che ha nella capacità di elaborazione del lutto il suo elemento centrale.

L’adolescente, giunge ad elaborare le somiglianze-differenze fra il proprio Sé e altri soggetti sociali significativi presenti nel suo spazio di vita e a definire i criteri in base al quale categorizza i gruppi dei pari con cui ritiene di potersi, o no, identificare.

La costruzione dell’identità, passa anche attraverso un processo attivo di differenziazione da modelli di sé che si percepiscono realizzabili ma non si accettano, e di ricerca di una posizione appropriata del Sé rispetto agli oggetti sociali significativi (persone, gruppi, istituzioni, elementi naturali e moduli cognitivi) che compongono il proprio campo cognitivo.

L’adolescente ha l’esigenza di mettere in discussione la propria appartenenza ai gruppi in cui è inserito per trovare nuovi punti di riferimento in base ai quali organizzare il proprio comportamento sociale.
Ogni adolescente deve trovare la propria unità personale pur vivendo l’esperienza di un Sé diviso e, spesso, contraddittorio.

Infatti, attraverso la molteplicità di rapporti che sperimenta, l’adolescente si rende conto di presentarsi agli altri in modi diversi da situazione a situazione (a casa, a scuola, nello sport, con i compagni di sesso opposto, etc.).

In questa complessa espressione di sé egli avverte l’esigenza di avere interlocutori ben identificati, stabili e comprensivi.

Si evidenzia così l’importanza del gruppo dei coetanei, nel quale ognuno può esprimere, senza preoccupazione di mostrarsi troppo debole, le angosce che gli dà la propria vacillante unicità e può essere rassicurato nel vedere negli altri gli stessi suoi problemi.

Altrettanto importanti restano i rapporti con certi adulti che danno un senso, tramite la loro stabilità e la loro capacità di ascoltare, all’impegno per ritrovare l’unità del Sé.
Dall’ esperienza di gruppo e dall’immagine di sé che ne trae, dipenderà anche il modo in cui incontrerà e costruirà il mondo che “sogna”: egli penserà che tale mondo si realizzi soltanto ‘per caso’ o ‘per fortuna’, oppure attraverso il proprio impegno sociale coordinato con l’impegno degli altri (Lewin).

Nel corso di questo processo di ricerca dell’identità, l’adolescente è particolarmente vulnerabile dal punto di vista psicologico.

Di fronte a pressioni provenienti dal mondo sociale, egli può assumere un atteggiamento difensivo di chiusura e comportamenti negativisti e contraddittori a oltranza, sino a giungere, come dice Canestrari (v., 1984), a idealizzare ciò che i genitori e la società disapprovano.

“Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico è l’alcol o la morfina o l’idealismo” C. G. Jung

Di particolare rilevanza, sia per gli aspetti sociali che psicologici, sono le problematiche relative ai comportamenti di dipendenza, sopratutto nel periodo adolescenziale.
L’adolescenza, infatti, è il periodo cruciale per la sperimentazione della maggior parte delle sostanze psicoattive lecite ed illecite, ma anche di quei comportamenti che riguardano altri tipi di condotte compulsive e ripetitive.

E’ quindi riconosciuta la stretta relazione tra l’adolescenza e le varie forme di dipendenza patologica.
L’OMS definisce la dipendenza come quella “condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo e periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.

E quando la dipendenza è riconducibile ad una condizione emotivo-affettiva?

Durante il processo di socializzazione, i giovani apprendono comportamenti sociali mediante le interazioni con le persone più significative, in una prima fase soprattutto nel contesto familiare e successivamente all’interno del gruppo dei pari.
Il gruppo dei pari porta a percepire la messa in atto di comportamenti a rischio come normativi e prevalenti, fornendo opportunità concrete per l’attuazione dei comportamenti a rischio e portano a percepire queste condotte come mezzo per mantenere i legami. Questo aspetto porta a considerare anche il grado di suscettibilità dell’adolescente nei confronti dei propri amici.

Non bisogna sottovalutare i fattori individuali che più predispongono o facilitano le condotte di dipendenza che possono essere riferiti alla ricerca di sensazioni e all’impulsività. Tale tratto di personalità rende il soggetto incapace di ritardare le gratificazioni, per cui è maggiormente orientato verso una gratificazione immediata.

Dalla letteratura di riferimento non si riesce ad estrapolare una definizione univoca e condivisa dalla comunità scientifica di dipendenza affettiva, nonostante ciò la si può intendere come la tendenza del soggetto a instaurare relazioni con gli altri caratterizzate da una ricerca ossessiva di approvazione estrema a scapito della propria individualità.

I bisogni dell’individuo sono al primo posto nella società odierna, definita ormai società dei consumi che produce, prepara e serve di tutto per il singolo individuo, purché paghi. Tutto si può comprare e si può avere senza neanche uscire di casa: la pizza, l’amicizia, l’amore, il personal trainer. Come se l’individuo potesse veramente bastare a se stesso!
Secondo Bauman, noto sociologo, l’individualismo odierno è un individualismo povero, dove prevalgono l’interesse egoistico, l’incertezza e l’ansia di fallimento nascosti dietro maschere di sicurezza e forza.

Da un punto di vista evolutivo, la dipendenza è necessaria per la crescita di individui sani. Una persona che non abbia mai sperimentato dipendenze sane, dovrà necessariamente costruirne alcune patologiche. La dipendenza sana, o meglio fisiologica, rappresenta l’elemento/l’ingrediente necessario per poter sperimentare il senso di appartenenza in quanto attraverso questa esperienza reale affettiva all’individuo è permesso/concesso di sentirsi amato e compreso.

Come afferma Whitaker, “Non ci si può separare se prima non si appartiene”.
L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé: solo se si impara a interiorizzare gli altri significativi per se stessi ci si può allontanare, separarsi da loro, senza sentire di perderli.

Le più importanti dipendenze patologiche in adolescenza, generalmente, nascono con lo scopo di fuggire da stati emotivi spiacevoli o negativi, di sbarazzarsi dei propri sentimenti, di ricercare

una condizione di piacere e benessere rapido, di tentare di auto-curarsi, di difendersi contro ogni tipo di tensione psichica, sia di origine esterna che interna.
Nell’adolescenza l’assenza di dipendenze fisiologiche, cosiddette “positive” in famiglia può portare a costruire una serie di dipendenze patologiche.

Quando un adolescente ha un problema, il problema è della famiglia, non che sia la famiglia la causa o sia essa responsabile ma nel senso che riguarda tutti i componenti il nucleo familiare, ed il problema va visto come risorsa, capacità di aiutare l’adolescente ad affrontare il disagio (M. Andolfi).
Sostiene Jung che ogni problema è, al tempo stesso, una possibilità di espansione della coscienza, unita all’obbligo di dire addio a tutto quanto in noi v’è ancora d’incoscienza infantile e istintiva.

“Ognuno si allontana volentieri dai problemi e quando è possibile preferisce non menzionarli; o meglio negare la loro esistenza […] ecco perché i problemi sono tabù. L’uomo vuole certezze non dubbi ma non è in grado di comprendere che le certezze non possono che pervenire dai dubbi e i risultati dalle esperienze;[…]”.

Allo stadio della coscienza infantile non esistono ancora problemi poiché nulla dipende dal soggetto in quanto il bambino dipende in tutto e del tutto dai genitori.

“La nascita psichica, che segna la differenziazione cosciente dai genitori, non si produce normalmente che all’epoca della pubertà con l’apparire della sessualità. Tale rivoluzione fisiologica è accompagnata da una rivoluzione psichica. I fenomeni fisici mettono l’Io tanto in rilievo che questo spesso si fa valere in modo del tutto eccessivo”. (Jung, 1930).

BIBLIOGRAFIA

M. Laufer, E. Laufer, Adolescence and developmental breakdown. A psychoanalytic view, New Haven, Yale University Press, 1984 (trad. it. Torino, Boringhieri, 1986).

A. Novelletto, Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza, Roma, Borla, 1986.

Tanner, J.M. (1962) Growth at adolescence. 2nd Edition, Blackwell Scientific Publications, Oxford. Mead, G.H. (1934). Mind, Self, and Society from the Standpoint of a Social Behaviorist. University of Chicago Press: Chicago.
M. Andolfi, A. Mascellani, Storie di adolescenza: esperienze di terapia familiare, Cortina Editore, 2010

C. G. Jung, Gli stadi della vita, Opere vol. 8 “La dinamica dell’inconscio”, 1930

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